Ecco come si impiantano false visioni nel cervello

Inception

Un’impresa degna di Inception. Proprio come Leonardo DiCaprio nel film di Christopher Nolan, che riusciva a iniettare idee nella mente delle persone inserendosi nei loro sogni, anche un’équipe di scienziati del Brain Information Communication Research Laboratory Group allo Advanced Telecommunication Research Institute International di Kyoto, in Giappone, ha mostrato che è possibile inserire false memorie, esperienze e visioni nel cervello di alcuni pazienti. Addirittura senza che questi sappiano nulla sull’oggetto dell’iniezione. I dettagli sono stati pubblicati sulla rivista Current Biology.

L’idea alla base di studi di questo tipo prevede che il soggetto si stenda in una macchina per la risonanza magnetica funzionale (fMri) e si concentri su un videogioco. Nel frattempo, la macchina esegue una scansione del cervello, decodificando in questo modo l’attività neuronale e fornendo un feedback in tempo reale allo stesso soggetto e ai medici (in gergo, si tratta di un neurofeedback). Un po’ come il cardiofrequenzimetro che fornisce un feedback sull’attività cardiaca mentre si corre o si pedala. Gli scienziati giapponesi, coordinati da Takeo Watanabe, hanno utilizzato questa tecnica per “inserire” nel cervello dei volontari la visione del colore rosso mentre questi guardavano un’immagine di strisce bianche e nere. L’aspetto particolarmente inquietante dell’intero esperimento è che i soggetti non avevano idea del tipo di falsa visione che sarebbero stati forzati ad apprendere. “È una specie di messaggio subliminale, ha spiegato Watanabe a Stat, “nella sua forma più semplice”.

In particolare, l’esperimento di Watanabe e colleghi era diviso in più fasi. Anzitutto, i volontari si sono sottoposti a scansioni cerebrali “a riposo”, in modo che il software conoscesse esattamente i pattern cerebrali di ciascuno di essi. È seguita poi una fase di tre giorni di neurofeedback: ai volontari distesi nella macchina per la risonanza magnetica è stato chiesto di guardare al centro di uno schermo e, alla comparsa di strisce verticali nere, di “provare a regolare in qualche modo la propria attività cerebrale”. Alla fine di ogni prova, la macchina ha dato un punteggio al volontario, sulla base del quale il volontario stesso ha ricevuto una ricompensa in denaro.

La prova è stata ripetuta 500 volte per ogni soggetto: l’esperimento era progettato in modo che la macchina desse un punteggio alto in concomitanza con l’attività cerebrale associata al colore rosso. L’obiettivo, spiegano gli scienziati, era di rinforzare la connessione tra la visione di strisce verticali nere e la visione (immaginaria) del colore rosso. Dopo l’esperimento, i ricercatori hanno chiesto ai soggetti a cosa stessero pensando quando hanno ricevuto punteggi alti: nessuno di loro ha parlato del colore rosso. Ma il giorno dopo, ripetendo la prova, i volontari si sono rivelati più propensi a pensare a oggetti rossi rispetto ai soggetti non sottoposti a neurofeedback. “Non si tratta di un’allucinazione, ha spiegato Watanabe. “Si tratta di qualcosa molto simile alla sinestesia, la condizione che porta a vedere colori guardando numeri o lettere”. Comunque, è parecchio inquietante.

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