Droghe leggere, pro e contro della liberalizzazione

Il 25 luglio alla Camera si è parlato di legalizzazione con un’apertura inedita per lo Stivale. 221 deputati hanno sostenuto il decreto di legge, gli oppositori hanno presentato quasi 2mila emendamenti per limitarlo mentre Raffaele Cantone, magistrato e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, si è appena espresso a favore. A settembre, quando il Parlamento riaffronterà il tema, ne sentiremo delle belle.

A complicare la situazione ci sono anche gli studi scientifici contrastanti e che spesso tendono a smentirsi l’uno con l’altro. L’ormai perenne scontro tra i possibili effetti benefici e quelli negativi si chiude con un sostanziale pareggio che non aiuta a fare chiarezza.

Il dibattito è un fiume e sulle rive opposte si posizionano i proibizionisti, convinti che la legalizzazione porterebbe un aumento dei consumi e quindi della criminalità. Sull’altra riva gli argomenti sono esattamente opposti: liberalizzare significa escludere dai giochi le organizzazioni malavitose e una più efficace prevenzione a tutela dei minori e delle categorie di persone più esposte.

In realtà c’è anche l’aspetto dialettico perché parlare di liberalizzazione è riduttivo. La vendita libera della cannabis è, per definizione, liberalizzazione a tutti gli effetti, mentre il controllo da parte dello Stato rientra nella legalizzazione. Sarebbe quindi opportuno tenere presente entrambi gli aspetti, saperli scindere oppure unire a seconda delle tesi che i due fronti scelgono di sostenere.

(Foto: MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)

Addentrandoci nello specifico anche le opinioni sulla legalizzazione sono spaccate in due: uno studio condotto nel 2009 da Marco Rossi per conto dell’università La Sapienza di Roma sostiene che i vantaggi per lo Stato sarebbero quantificabili in 10 miliardi di euro all’anno. Denaro in parte proveniente dal gettito fiscale e in parte risparmiato, dovendo destinare minori risorse alla prevenzione e alla persecuzione dei reati collegati alla vendita e al consumo di cannabis e dei suoi derivati. A giovarne, continua lo studio firmato da Rossi, sarebbero anche le finanze pubbliche che stimano nel Pil le attività sommerse ma non le registrano nella contabilità del sistema Italia. Il rischio di un aumento dei consumatori c’è, lo conferma una ricerca dell’economista Liana Jacobi che ipotizza la necessità di aumentare il costo della cannabis per disincentivarne l’uso soprattutto tra i giovanissimi; condendo il tutto di leggi ad hoc.

Nel 2011 il Dipartimento per le Politiche antidroga ha smentito, seppure indirettamente, i calcoli fatti da Rossi. Creare un apparato statale capace di gestire la produzione e il commercio di cannabis avrebbe un costo tale da annichilire ogni vantaggio economico. Il primo detrattore sembra essere proprio lo Stato e, con un opuscolo di 29 pagine, sciorina tutta una serie di motivi utili a rafforzare la tesi proibizionista, alcuni dei quali più plausibili di altri. Sono credibili (non per forza reali, sia chiaro) i motivi che riconducono ad una banalizzazione sociale dei problemi legati alle droghe, meno plausibili invece quelli che disegnano conseguenze pericolose per la salute perché, dal punto di vista scientifico, le tante ricerche tendono a smentirsi l’una con l’altra. Se fosse però stabilita, con assoluta certezza, che la cannabis pesasse sulla salute, allora anche il timore di un aumento generale dei costi della sanità verrebbe rivitalizzato.

Favorevoli e contrari si combattono anche sul ring della lotta alla criminalità. Tra i detrattori c’è Roberto Saviano il quale si è speso parecchio per fare passare il messaggio secondo cui criminalità (organizzata) e cannabinoidi sono un tutt’uno e, sostiene, come Daesh sarebbe interessata ai territori in cui si coltiva la marijuana. Tesi confutata da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, detrattore della prima ora che poi ha cambiato posizione. Per Cantone i profitti generati dalle droghe leggere sono poca cosa per la criminalità organizzata, il vero vantaggio della liberalizzazione sarebbe quello di riuscire a tenere distanti dai delinquenti le fasce più deboli della popolazione.

Il Colorado, stato in cui la depenalizzazione è entrata in vigore a gennaio 2014, offre spunti di riflessione anche se distante dai nostri costumi. Si è sviluppato un turismo legato alla cannabis, sia per l’uso ricreativo sia per quello terapeutico, con un indotto economico capace di generare impiego. Dal lato più pratico si è verificata quella che in economia viene chiamata manovra di esclusione. Il mercato nero ha applicato prezzi più bassi di quelli dei canali di vendita legali, riuscendo a mettere in crisi il processo di legalizzazione. Oltre a ciò si sono sviluppate nuove forme di business in cui, ad esempio, sempre più persone che hanno diritto alla cannabis terapeutica preferiscono rivenderla piuttosto che assumerla.

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