L’hiv creato dalla Cia? Una teoria del complotto suggerita dal Kgb

Fort Detrick, Maryland. Qui fino al 1969 gli Stati Uniti svilupparono le proprie armi biologiche, un fatto sfruttato dalla propaganda sovietica per attribuire agli americani la responsabilità dell’Aids emerso negli anni ’80. (Foto: Alex Wong/Getty Images)

Nel 1979 un fuga di antrace da una struttura militare segreta nella città di Sverdlovsk, in Unione sovietica, uccise almeno 66 persone. Questa settimana un gruppo di genetisti ha rivelato che, fortunatamente, il ceppo del contagio non era stato cucinato in laboratorio: i sovietici si erano limitati a coltivare e a produrre in massa un ceppo letale per l’uomo già presente in natura.

Forse non tutti sanno che, pochi anni dopo quell’incidente, il Kgb creò il nucleo intorno al quale si cristallizzò una famosa teoria del complotto: il virus dell’hiv creato dalla Cia. Anche la disinformazione, infatti, può essere un’arma devastante, ma come quelle biologiche, è anche difficilmente controllabile.

Una misteriosa malattia
Tra gli anni ’60 e gli anni ’70, anche a causa delle armi chimiche in uso in Vietnam, il pubblico americano aveva cominciato a conoscere il programma di ricerca sulle armi biologiche che gli Stati Uniti sviluppavano dalla seconda guerra mondiale. Molti cittadini era seriamente preoccupati dalle ricerche militari condotte dal proprio governo e anche la comunità scientifica fece sentire la propria voce: 22 importanti scienziati americani nel 1966 avevano chiesto al presidente Lindon Johnson di riformare l’utilizzo di armi chimiche e biologiche, e l’anno seguente 5mila colleghi si erano uniti alla petizione.

Questo tipo di armi diventarono talmente impopolari che nel 1969 il presidente Richard Nixon ordinò di interrompere il programma, portato avanti principalmente a Fort Detrick (Maryland) dal dipartimento della difesa e dalla Cia. Nel 1972 venne poi firmata la convenzione per le armi biologiche, un trattato internazionale che vieta lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di questo tipo di armi. Ma quando nei primi anni ’80 cominciarono a diffondersi hivAids, di cui ancora si sapeva pochissimo, l’intelligence dell’Unione Sovietica capì che sarebbe bastata un piccola spinta nella giusta direzione per attribuire la colpa della malattia agli Stati Uniti, trasformando l’epidemia in un’arma di propaganda.

Come creare una teoria del complotto
Il 17 luglio del 1983 il giornale indiano in lingua ingleseThe Patriot pubblicò una lettera anonima secondo cui l’Aids non era altro che un’arma biologica per la quale bisognava ringraziare gli Stati Uniti, e in particolare la Cia e Fort Detrick. Non si trattava di un complottista dell’epoca, ma di un’operazione ideata dal Kgb, il servizio segreto dell’Unione Sovietica. Come spiega lo storico militare Thomas Boghardt, la lettera era molto raffinata: anche le bufale, infatti, devono avere qualche elemento di verità per fare presa. In quel caso la maggior parte delle informazioni citate nell’articolo erano assolutamente corrette: la descrizione della nuova malattia era piuttosto accurata, così come lo era quella degli esperimenti sulle armi biologiche condotti a Fort Detrick.

Naturalmente non esisteva nessuna prova della tesi centrale, cioè che l’Aids fosse un’arma della Cia, ma il contesto rendeva la bufala sufficiente a instillare nei lettori il tarlo del sospetto. Nonostante la bravura degli autori, la lettera uscita su The Patriot, venne sostanzialmente ignorata, ma quando quasi tre anni l’Aids era arrivata anche in Urss, il Kgb decise di fare un altro tentativo: il 30 ottobre 1985 uscì un articolo molto simile su Literaturnaya Gazeta, che naturalmente citava come fonte anche la lettera anonima piazzata in India anni prima. Allo stesso tempo il Kgb si rivolse alla Stasi, la polizia segreta di Berlino Est, per l’ingrediente mancante di ogni teoria del complotto che si rispetti: la fonte autorevole.

I coniugi Segal
Il biofisico in pensione Jakob Segal, assieme alla moglie Lilli (biochimica) erano la coppia persona perfetta per imprimere lo spin decisivo alla propaganda del Kgb. Gli scienziati erano fedelissimi alla Germania dell’Est, ma al tempo stesso erano dei civili e, almeno sulla carta, carta potevano essere considerati una fonte indipendente. Inoltre, nonostante fossero privi di competenze specifiche sull’Aids, avevano tutte le carte in regola per presentarsi ai media come esperti in materia.

I Segal abbracciarono pienamente la tesi dell’Aids come arma biologica disseminata dalla Cia e, come altri scienziati diventati ciarlatani, è molto probabile che fossero genuinamente convinti della bufala. Non potevano sapere di far parte di un’operazione della Hva (Hauptverwaltung Aufklärung, il servizio segreto estero della Stasi ) denominata in codice Infektion, né che le informazioni che venivano date loro in pasto servivano a manipolarli.

Grazie alla propria fama, i Segal diedero una parvenza di legittimità scientifica alla teoria del complotto, e nel 1987 pubblicarono un pamphlet intitolato Aids—its nature and origin nel quale dettagliavano l’ipotesi dell’arma biologica: il virus dell’hiv che causa l’Aids poteva essere stato creato partendo dal dna di altri due retrovirus, Visna e Htlv-1.

Anche il lavoro dei Segal conteneva quella percentuale di verità sufficiente a rendere la disinformazione plausibile. Jacob, per esempio, arrivò ad affermare che Robert Gallo (uno degli scienziati che isolarono l’hiv) era il creatore del virus ricordando che lo scienziato guidava dal 1971 Laboratory of Tumor Cell Biology del National Cancer Institute, e lo stesso istituto aveva (e ha tutt’ora) una sede all’interno del famigerato Fort Detrick. La presenza di Gallo a Fort Detrick non è neanche lontanamente una prova a supporto dell’ipotesi di Segal, ma all’interno della narrativa complottista ottiene l’effetto desiderato.

La comunità scientifica, compresa quella dell’Unione Sovietica, non prese mai seriamente in considerazione le tesi dei Segal, ma nella seconda metà degli anni ’80 anche i media occidentali cominciarono a riportare la tesi della coppia di scienziati secondo cui l’hiv e l’Aids erano stati creati dalla Cia, e la bufala cominciò a diffondersi sui giornali e sulle televisioni di tutto il mondo…

Fuori controllo
Una teoria del complotto si evolve nel tempo, ma è difficile immaginare la sua morte definitiva. Dopo la fine della Guerra Fredda, infatti, la bufala dell’Aids creata dalla Cia cominciò a vivere di vita propria e nemmeno le ammissioni che arrivavano dai più alti livelli del Kgb potevano incidere sulla sua diffusione. La professoressa Nicoli Nattrass (Aids and Society Research Unit, University of Cape Town, Sud Africa) ha trattato a fondo questo aspetto nel suo libro The Aids Conspiracy: Science Fights Back (Columbia University Press, 2012). Secondo l’economista sudafricana, che da tempo studia l’impatto delle tesi complottiste sull’Aids, bisogna partire dallo scenario politico e sociale nel momento in la teoria del complotto venne costruita.

Il programma di armi biologiche degli Stati Uniti era una realtà spaventosa e innegabile e, anche se avevano rinunciato allo sviluppo di armi offensive, a Fort Detrick continuava ovviamente la ricerca sulle contromisure. Ora consideriamo che era appena spuntata una misteriosa pandemia, che il mondo era in bilico tra due superpotenze nucleari, le immagini della guerra in Vietnam e le rivelazioni dell’esperimento sulla sifilide di Tuskegee: possiamo ancora stupirci che la tesi dell’ Aids made in Fort Detrick non sia stata prontamente liquidata?

Allo stesso tempo era naturale che la teoria del complotto non scomparisse con la fine della Guerra Fredda, perché le tensioni sociali non si sono certo risolte con la caduta del muro di Berlino. I complottisti di professione raccolsero rapidamente il testimone delle spie sovietiche, e tra la tanta spazzatura pubblicata nei primi anni ’90 spicca Behold Pale Horse (1991) di Milton William Cooper (riconosciuto tra gli ispiratori del terrorista Timothy Mc Veigh). Nel libro la teoria del complotto sull’origine dell’Aids venne amalgamata con le altre del canone: Kennedy, Illuminati, Ufo, Bilderberg, Savi di Sion, ecc…

La copertina del libro di Cooper.

Negli Stati Uniti si affermò in particolare tra gli afroamericani: la loro dolorosa storia, a prescindere da Tuskegee, di certo giustificava un’ostilità nei confronti del governo in cui il meme “Aids come arma biologica” poteva facilmente moltiplicarsi. Il prezzo più alto, però, lo ha probabilmente pagato lo stato del Sud Africa.

La professoressa Nattrass racconta che alla fine degli anni ’80 in questo paese emerse una variante della teoria del complotto in cui la Cia era sostituita da scienziati israeliani in collaborazione con i razzisti sudafricani. Finita l’apartheid questo complottismo non scomparve, e con la presidenza di Thabo Mbeki (1999-2008) subì una pericolosa mutazione: la Cia, oltre a essere di nuovo accusata di aver creato la malattia, diventò anche responsabile di cospirare assieme alle case farmaceutiche per far credere che la terapia antiretrovirale fosse l’unica efficace.

Tramite la ministra della salute Manto Tshabalala-Msimang, Mbeki cominciò quindi a sostenere pubblicamente le tesi negazioniste ora care ai complottisti occidentali, rifiutando di ammettere il nesso causale tra hiv e Aids e arrivando a ostacolare la distribuzione delle terapie antiretrovirali in favore di inutili rimedi alternativi a base di aglio, barbabietola o limone.

Tshabalala-Msimang, spesso soprannominata Dottoressa Barbabietola, aveva trovato una delle sue fonti di ispirazione proprio nei deliri di Behold a Pale Horse, come ha ben riassunto il disegnatore sudafricano Zapiro in questa vignetta: una dimostrazione da manuale di come le bufale attraversino facilmente i confini, siano essi culturali, politici o nazionali.

prevalenza aids Nattress

Prevalenza di hiv e morti di Aids in Sud Africa, da Nattrass, N. (2013), Understanding the origins and prevalence of AIDS conspiracy beliefs in the United States and South Africa. Sociology of Health & Illness

Si stima che tra il 2000 e il 2005 in Sud Africa siano morte almeno 330mila persone che avrebbero potuto essere salvate dai farmaci che il governo boicottava, senza contare i 35mila bambini contagiati dalle madri sieropositive che non avevano ricevuto la necessaria profilassi.

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