Zucchero e malattie cardiache, quando le industrie condizionano la ricerca scientifica

Cinquant’anni fa l’industria dello zucchero ha commissionato una revisione della letteratura scientifica che ha di fatto scagionato lo zucchero come fattore di rischio delle malattie cardiache coronariche, dando invece la colpa ai grassi saturi. Lo sostengono un gruppo di ricercatori in un articolo su Jama Internal Medicine in base all’analisi di centinaia di documenti scovati negli archivi dell’Università dell’Illinois e di Harvard.

La notizia, di questa settimana, a molti sarà sembrata un deja-vu: dal tabacco al riscaldamento globale, non è certo la prima volta che un gruppo industriale riesce a interferire con i processi della ricerca scientifica e su come i suoi risultati sono raccontati al pubblico.

In questo caso, anche se sicuramente lo zucchero non è un veleno (come vorrebbero far credere fin troppi siti), sono uscite diverse ricerche che ne evidenziano un possibile ruolo nelle malattie cardiache. La nutrizione è complicata da studiare, e per questo ancora oggi non si può parlare di consenso (come nel caso del tabacco e del cambio climatico), ma il punto fondamentale è che ricerche di estrema rilevanza per la salute pubblica (le malattie cardiache coronariche sono una delle prime cause di morte nel mondo) sono state pilotate dagli interessi economici.

Nel 1965 la Sugar Research Foundation (Srf), istituita dalle industrie del settore,  mise a disposizione un finanziamento per una revisione della letteratura sul ruolo dello zucchero e dei grassi nel rischio di malattie cardiache. Già questo dovrebbe essere un campanello di allarme: anche senza ingerenze nel lavoro, chiaramente ci sono in ballo interessi economici di cui i ricercatori finanziati sono assolutamente consci. Ma in questo caso le carte rivelano che è stata proprio la Srf a indicare molti degli studi da inserire nella review, e nella corrispondenza un autore rassicura che sa bene quale sia il loro obiettivo, cioè assolvere lo zucchero e condannare i grassi.

L’industria ha ricevuto addirittura le bozze dello studio prima della pubblicazione, sebbene non sia chiaro se e come queste siano state commentate o modificate. Alla fine la review è uscita nel 1967 sul New England Journal of Medicine, una delle più importanti riviste mediche del mondo, senza nessuna indicazione dell’evidente conflitto di interesse degli autori. Questa pratica, oggi indiscutibile, sarebbe stata adottata in seguito.

Ma come possiamo essere certi che quella non fosse comunque buona scienza, indipendentemente dalle influenze? Nell’articolo uscito questa settimana su Jama si spiega che la revisione usava, per così dire, due pesi e due misure. I trial clinici randomizzati che evidenziavano un aumento di trigliceridi o del colesterolo associati allo zucchero erano molto criticati nella metodologia e nelle conclusioni, ma controllando gli studi originali è chiaro che per studi analoghi relativi al consumo di grassi gli autori sono stati molto più indulgenti. Nella revisione si diceva inoltre che gli studi epidemiologici non potevano essere usati per determinare cause delle malattie nella dieta, eppure gli autori li utilizzavano se servivano a mettere in una luce peggiore i grassi.

Fino a quel momento era esistito un acceso dibattito sul ruolo di zuccheri e grassi nelle malattie cardiache coronariche, ma con una pubblicazione sull’importantissimo Nejm le cose cambiarono. Fino agli anni ’80 pochi medici pensarono che gli zuccheri in eccesso fossero rischiosi, e anche la prima edizione delle Dietary Guidelines for Americans si concentravano sulla riduzione del consumo di grassi, non di zuccheri.

L’industria alimentare condiziona ancora la ricerca scientifica. Recentemente abbiamo appreso che come la Coca-Cola abbia finanziato ricerche che hanno contribuito a enfatizzare il ruolo dell’esercizio fisico rispetto all’alimentazione contro l’obesità, mentre quest’anno un ricercatore ha cercato addirittura di convincerci che una certa marca di latte al cioccolato aiutava a riprendersi da una concussione, ma questi casi sono solo la punta dell’iceberg. Secondo un’analisi della professoressa Marion Nestle, gli studi finanziati dall’industria alimentare quasi sempre riportano risultati favorevoli al finanziatore, a differenza di studi analoghi senza conflitti di interesse. Secondo Nestle, la dichiarazione degli eventuali conflitti di interesse non è però sufficiente a informare il pubblico sulla reale influenza dell’industria sulle ricerche. Scrive Nestle:

Come è stato stabilito da ricerche sperimentali e osservazionali, i regali delle industrie farmaceutiche e i grant possono avere un effetto sostanziale. Tuttavia per chi li riceve questi effetti sono quasi sempre inconsci, non intenzionali e non riconosciuti, rendendoli molto difficile da prevenire.

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